Cosa cambierà praticando l'amorevole gentilezza?
Cos'è? Funziona? Cosa impariamo grazie a questa antica pratica meditativa?
L’amorevole gentilezza è, secondo il Dalai Lama, il desiderio che tutti gli esseri viventi possano essere felici. Noi compresi. Purtroppo però, è impossibile essere sempre felici, o almeno così ci sembra.
Di cosa stiamo parlando e perché
Questo perché prima o poi, tutti noi incontreremo qualche sofferenza. Allora l’amorevole gentilezza comprende in se stessa la compassione: il desiderio che gli esseri umani non soffrano e il desiderio di fare qualcosa per curare questa sofferenza. Anche la nostra.
Sembrano concetti scontati ma, se ci fermiamo un attimo a riflettere, già ci possiamo accorgere che l’aspirazione ad essere FELICI potrebbe far emergere in noi qualche senso di difficoltà.
Provate pure, un attimo, ora, a ripetervi mentalmente “io voglio essere felice”.
Può darsi che vi vengano in mente pensieri del tipo:
Felice?? Sarà mica troppo? E’ impossibile! Non fa per me. Ormai è tardi. Non finché dura questa situazione e via discorrendo, giusto?
Non soffrire, poi, ci sembra da una parte un diritto e dall’altra un dovere: sembra che ci sia dovuto essere felici e perfetti, avere la vita perfetta, sotto ogni aspetto, come sembrano fare le persone intorno a noi e quelle proposte da tv e giornali. Questo è un nostro diritto e anche un nostro dovere, per poter essere accettati e amati dagli altri.
Ancora, se ci fermiamo un attimo a sentire: quando ci troviamo in difficoltà, quando abbiamo un problema, quando soffriamo… Come ci comportiamo? Facciamo qualcosa di utile, che veramente risolva il problema e ci porti, di nuovo, ad essere FELICI? Oppure tendiamo ad adottare strategie che alla lunga non ci aiutano?
Capita forse anche a voi di provare a risolvere un malessere usando soluzioni che sembrano più “veloci”, come…
Cercare di non sentirlo, negarlo, colpevolizzarci, sentirci sbagliati, rivolgerci verso qualcosa che ci dia immediatamente piacere, dare la colpa agli altri… ?
Tutte strategie che ci portano, talvolta, a stare meglio nell’immediato, ma ci impediscono alla lunga di prenderci cura del nostro vero problema e risolverlo nel modo migliore.
Se abbiamo sperimento che queste strade non funzionano, forse vale la pena provare un metodo costruttivo e che non lasci indietro nessun pezzo di noi, criticato, abbandonato, e pronto a tornare alla ribalta alla prima occasione, più dolorante di prima.
Funziona?
Se state ancora leggendo, forse anche voi avete avuto l’intima e timida sensazione che la gentilezza possa aiutarvi a vivere una vita più piena e più felice. Poi magari tornano i dubbi, e il pensiero che sia solo criticandosi e forzandosi che possiamo raggiungere i nostri obiettivi (o quelli che pensiamo di dover raggiungere per avere la vita perfetta di cui parlavo prima?).
Magari vi verrà da pensare che con gentilezza e compassione non arriverete da nessuna parte, perché sono metodi troppo “delicati”, magari diventeremo autoindulgenti! Nel migliore dei casi, forse pensiamo che diventeremo dei grandi egoisti.
Ebbene, gli studi ci dicono che le persone che praticano l’amorevole gentilezza sperimentano:
un aumento della compassione per se stessi e per gli altri, intesa come capacità di sentire il dolore e attivarsi per fare qualcosa di utile perché questo possa diminuireo cessare; la diminuzione di depressione, ansia, stress e evitamento (e se evito, non risolvo); un aumento della connessione agli altri, del senso di soddisfazione della vita e della felicità.
Gentilezza e compassione non comprendono infatti l’autocommiserazione ma riguardano invece il rendersi conto, accettare il fatto che stiamo soffrendo, che stiamo attraversando una difficoltà, come spesso accade nella vita di tutti.
E mentre l’autocritica danneggia la nostra fiducia in noi stessi e difficilmente può accompagnarci in cambiamenti sani e durevoli, la motivazione accompagnata dalla gentilezza crea invece un ambiente interiore amorevole, incoraggiante, fiducioso, che non lascia indietro nessun pezzo di noi, ma anzi ci rende in grado di ascoltare TUTTE le nostre esigenze, anche quelle in contraddizione tra loro.
L’amorevole gentilezza ci aiuta poi a non abbatterci quando sbagliamo, a non perdere tempo ed energie nel trattarci duramente, ma a ripartire, freschi, per raggiungere i nostri obiettivi.
Riuscire ad accettare le nostre difficoltà sarà dunque una grande forza: ci permetterà di comportarci nel modo più utile per non creare altra sofferenza e ridurre, se è possibile, quella che già stiamo sentendo.
Il solo fatto di non opporre rifiuto e giudizio, sarà infatti probabilmente sufficiente a ridurre la sofferenza e rendere il dolore meno “doloroso”. Come dice il saggio: il dolore è inevitabile, la sofferenza è opzionale.
Cosa impareremo
Praticando amorevole gentilezza, impareremo a connetterci con il nostro desiderio di essere felici e di prenderci cura di noi stessi, anche quando sperimentiamo emozioni o situazioni difficili.
Costruiremo delle risorse da poter usare sempre, che ci permetteranno anche di migliorare la nostra connessione con altri.
Impareremo a chiederci più spesso:
come mi sento, davvero? (e non come mi devo sentire, come devo essere, cosa devo fare?)
di cosa ho bisogno in questo momento per stare bene?… e a farlo!
L’amorevole gentilezza desidera il nostro bene, e come farebbe qualsiasi genitore amorevole, desidera un bene a lungo termine, non un piacere a breve termine. Per questo favorisce comportamenti salutari, costruttivi, che ci portino ad essere autenticamente più felici. Chi ci vuole bene e vede che stiamo facendo qualcosa che ci fa soffrire, ci aiuterà a comportarci in un modo che invece sia utile. E questa “persona amorevole” non ci forzerà a cambiare criticandoci duramente o offendendoci. Sarà capace di prendersi cura di noi e accompagnarci verso il nostro bene.
Questa persona amorevole la costruiremo dentro di noi, con la pratica.
Per concludere, coltivare amorevole gentilezza per se stessi, sembrerà ad alcuni un gesto di egoismo. A tante persone viene in mente che “molti stanno soffrendo più di me, con che diritto posso rivolgermi a me e prendermi cura di questo mio problema?”
Prenderci cura di se stessi porta invece le persone intanto a sentirsi meglio, e quindi ad poter essere maggiormente di aiuto, ma le porta anche (e lo dimostrano molti studi) a diventare più disponibili verso il prossimo, comprensivi verso le sofferenze degli altri e desiderosi e capaci di rendersi di aiuto, quando possibile.